Radici
Dopo la maturità vennero i viaggi. Quello con gli amici, in India, e quello da solo in Norvegia. Into the Wild a diciott’anni non fece prigionieri e quindi decisi di attraversare il paese in tenda, alla conquista di Capo Nord (anche La Meglio Gioventù non fece prigionieri) tra bici, treno e lunghe camminate. Tre paia di mutande, due magliette e mezza Beat Generation nello zaino.
Il tempo di raggiungere Bergen e credo di essermi innamorato una ventina di volte, ma é proprio nella Porta dei Fiordi che venni rapito dalla vista di una ragazza più grande di me, i capelli come ottone lucido, mentre sistemava delle stampe fuori da una bottega. Si trattava di vignette mute, che io mi avvicinai a guardare fingendo un occhio esperto. La ragazza - della quale non ricordo il nome - mi sorrise con garbo e io incoraggiato le chiesi se fosse l‘autrice dei disegni. Il quel momento dalla bottega ci raggiunse un signore anziano che scoprii essere suo nonno, vignettista ormai in pensione del quotidiano locale. „Vieni dentro,“ mi disse - strappandomi al mio reale interesse - e mi condusse nel suo studio per mostrarmi il suo imponente archivio di disegni.
Ovviamente ne uscii dopo mezz’ora con due rotoli di carta nella tasca laterale dello zaino e il portafoglio alleggerito. Nipote a parte, le stampe erano davvero belle.
Una in particolare mi catturò al primo sguardo: un anziano sdrucito in abiti da pescatore, con ai piedi le tresko (i tradizionali zoccoli di legno che generalmente colleghiamo ai soli olandesi). Nel disegno, dalla suola di legno nascono spesse radici che si immergono nella terra, ancorando il vecchio al suolo come un albero.
Nutrivo al tempo una visione del tutto illusoria degli anni che mi avrebbero atteso. Sebbene avessi appena concluso la prova di Letteratura Italiana citando il Girovago di Ungaretti (In nessuna/ Parte/ Di terra/ Mi posso/ Accasare), sentivo l’urgenza di mettere radici il prima possibile, trovando un luogo mio da poter chiamare casa e, pereccianamente, di esaurirlo nel tempo di una vita sedentaria. Sarebbe poi diventata un’ossessione - puntualmente tradita - che avrebbe contaminato le mie relazioni e molte mie scelte di vita, gettandomi in una perenne inquietudine per non riuscire mai realmente ad accasarmi.
Il quadro ha infatti poi attraversato mezza Italia e, inesorabilmente, mezza Europa, trascinandosi appresso quel sogno esasperante. Trasloco dopo trasloco, il vecchio e le sue radici mi hanno accompagnato con triste ironia in ogni nuova avventura, sbattendomi in faccia il mio fallimento.
Eppure non ho mai smesso di amare quel quadro. Anche oggi che mi ha finalmente raggiunto fino a Berlino, continuo a guardarlo sì con nostalgia, ma anche con un senso di speranza. Il tempo passa, è vero, e ancora desidero di potermi un giorno rivedere nel vecchio con gli zoccoli, ma comincio ora ad abbandonare quantomeno quel senso angosciante di urgenza.
Oggi, appendendolo al chiodo, il vecchio e io ci siamo sorrisi, è stato un bel momento. Con il suo muso sornione e gli occhi socchiusi al sole, mi ha abbozzato una smorfia compiaciuta di chi la sa lunga; come a dirmi “Ci risiamo”. E per la prima volta ho considerato che se il vecchio volesse, potrebbe anche lasciarli lì, quegli zoccolacci, e quantomeno andare a farsi un giro. Così, giusto il tempo di vedere com’è il mondo. Se hanno le radici, mica scappano, no?
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