Una fine
Sarebbe un teatro financo classico, se non fosse per quegli sporadici cortocircuiti fatti di interminabili silenzi. Momenti di ostinata perentorietà che un tempo sarebbero stati giudicati inconcepibili. Minuti interi di apparente nulla che trasmettono una certa angoscia per la loro veridicità. È dentro quei silenzi che si compie la vera sospensione di incredulità, l’immersione universale nel dramma di una coppia che si prepara alla fine.
“End” è l’ultimo atto della trilogia di David Eldridge che esplora le relazioni amorose. Dieci anni gli ci sono voluti per raccontarne l’inizio (“Beginning” - 2017), la metà (“Middle” - 2022) e la fine (“End” - 2025). Mentre dei primi due non è reperibile uno streaming - ma non ho resistito a ordinare le drammaturgie - il terzo è invece a disposizione del pubblico pagante su National Theatre at Home, la piattaforma digitale che il National Theatre di Londra ha lanciato durante i mesi del lockdown e alla quale ha poi saggiamente scelto di dare seguito. Lo ricordiamo: la pandemia ha fatto anche cose buone.
Guardare il teatro in streaming può sembrare sacrilego, ma si consideri questo. Se da un lato è vero che è il teatro l’arte con l’entry price (l’insieme di fattori che ne definiscono l’accessibilità) più basso, è anche vero che per vedere il miglior teatro nella sua forma originale, vale a dire dal vivo, il costo è esorbitante. Per il semplice fatto che il miglior teatro si vede a Londra o a New York. Punto. Potervi assistere dallo schermo del computer non venga dunque visto come un ripiego, ma come un privilegio.
“End” ritrae una coppia di lunga data che, nell’arco di una mattina, si misura con l’ombra concreta della fine. Lui, segnato da una malattia terminale, e lei, incapace di accettarne fino in fondo le conseguenze, restano intrappolati in una conversazione che procede per deviazioni, resistenze e improvvisi squarci di verità. È nel vuoto tra le battute, in quei silenzi che si allungano oltre il sopportabile, che il loro legame si consuma e si ridefinisce, fino a un congedo che non ha bisogno di essere pronunciato.
Alfie è interpretato da un sorprendente Clive Owen, fu sex-symbol imprestato a Hollywood ma dalla solida estrazione nell’odeon di Sua Maestà, mentre Julie è incarnata da Saskia Reeves, eterna co-protagonista degli sceneggiati polizieschi, qui fuoriclasse di ribalta.
Alternando momenti di leggerissima ironia a fasi di opprimente tragedia, la grazia della drammaturgia cattura tutte le contraddizioni della convivenza amorosa. I suoi equilibri precari, l’accumulo di eccessi e di mancanze, le aspettative tradite e il tempo smarrito, in una danza tra la fine imminente e i rimpianti seminati nei cambi aridi di una felicità a lungo rimandata.
È proprio di fronte a una scadenza ineluttabile che si ingarbuglia il dialogo stentato e nostalgico tra Alfie e Julie, trovando in quei silenzi scomodi il riflesso più tangibile con il pubblico.
“End” non chiude una storia: la svuota. E in quel vuoto riconosciamo qualcosa di nostro, perché ogni amore, prima o poi, inciampa in un silenzio da cui non sa più tornare indietro. Alla fine non è la morte a fare più paura, ma tutto ciò che la precede: le frasi sospese, i gesti rimandati, le carezze trattenute. David Eldridge ci ricorda che l’addio più crudele è quello che abbiamo già pronunciato vivendo. Ed è l’unico che non conosce perdono.
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