Rafa
Qui Netflix ha provato a fare qualcosa di nuovo. Non a livello di scrittura - l’impianto narrativo è sempre lo stesso - ma di certo dal punto di vista visivo. Il taglio è coraggiosamente quello del cinema d’autore, abbandonando finalmente gli artifici più triti del documentario sportivo che hanno dominato le produzioni degli ultimi anni. Si gioca con la grana, con commenti fuori fuoco, con suono diegetico, ambientali volutamente poetici e interviste senza scenografia a vista. In apparenza se ne guadagna in pulizia, ed è anche vero, ma soprattutto si recupera un linguaggio cinematografico prima che documentaristico che, in definitiva, aveva già stufato da un pezzo. Nadal, che non è certamente il più cinematografico dei tennisti - né per il suo rozzo stile di gioco, né per i suoi modi introversi e la sua voce insopportabile - così riesce a venire elevato nel racconto a un’entità di culto. In paragone, il prodotto realizzato su Federer, non possedeva la metà della carica narrativa. Ed è, col senno di poi, un peccato madornale.
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