Tiepido mai
La vendetta è uno dei motori narrativi più potenti. Lo sa bene Tarantino, tra i più eccellenti, che ci ha costruito sopra una carriera. Il cruccio morale di una giustizia diretta innesca un meccanismo rapidissimo di immedesimazione: io cosa farei al posto suo?
It Was Just An Accident è un film davvero carino. Bello, se si ha poca contezza del contesto cinematografico nel quale si muove. Panahi fa quella roba lì - continua a fare quella roba lì - che gli riesce molto bene, e che piace da morire ai francesi e a Cannes. A maggior ragione in un momento storico in cui l’Iran - ahinoi, ahiloro - torna al centro della cronaca, l’Incidente è un film da vedere per aggiungere sfumature alla rabbia politica e civile che lo governa. Ma il premio è accessorio, il riconoscimento globale è ammiccante, perché la pellicola davvero non graffia.
Il calco appartiene nientemeno che a Polanski, soltanto che La Morte E La Fanciulla (oltre alla stessa trama) ha tutt’altro flair autoriale: tratto dal dramma di Dorfman, si tratta di un huis clos fatto e finito che forza lo spettatore a una claustrofobia morale senza pari. E con trent’anni suonati di anticipo. Manco l’onore delle armi gli abbiamo dato a Roman, mannaggia.
Sempre nell’ambito dello scontro storico e politico, allora come non citare Five Minutes Of Heaven, che non si rifà come gli altri a una rivincita su un regime autoritario, ma in modo ancora più sottile a una faida in grembo ai Troubles. Film sottovalutatissimo ma di pregevole fattura che, a sua volta, surclassa Panahi per intreccio e sofisticatezza.
Come detto, It Was Just An Accident non è per niente un brutto film. Se non avesse vinto la Palma d’Oro si potrebbe definire anche bello. Ma quel pezzaccio di metallo va meritato, mannaggia. E l’Incidente è tutto spiattellato, tutto lì, bello in fila, ordinato, un bel compitino. Recitato anche poco bene, a tratti.
Quello della vendetta è uno stampo collaudato nei decenni. Non puoi arrivarmi nel 2025 con il beta di una cosa fatta già molto meglio ai quattro angoli del pianeta in tempi non sospetti. Non con un soggetto che promette non detti, rivelazioni, colpi di scena e una tensione da tagliare a fette, per poi andare bello dritto da A a B col righello.
Ma mettiamoci perfino Sorrentino: quella scena del gerarca nudo che viene umiliato con una camminata nella neve (che poi neve non è: sono le Bonneville Salt Flats) racchiude una grande abilità autoriale, nel gonfiare una tensione fino al culmine del tollerabile e poi, quando si teme lo scoppio, lasciandola sfiatare in un soffio grottesco. Silenzioso e violentissimo.
Panahi i suoi film li gira in semi segretezza, per evitare che il regime di nuovo lo cacci in gattabuia. Usa troupe ridotte all’osso, sfida la scarsissima tolleranza dell’ayatollah con ogni fotogramma. Poco da dire: chapeau. Ma a Panahi la Palma d’Oro la stiamo dando per il coraggio o per il miglior film? Scoccia pure essere cinici, ma poi uno il film lo va a vedere per quello, oltre che per impegno civico.
La vendetta servitecela fredda per favore, di tiepido è già pieno Netflix.
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