Una cosa soltanto
Anni fa venni invitato per lavoro a visitare il circuito di Alcañiz, in Aragona, in occasione di una gara di MotoGP.
Niente di più lontano dal mio interesse, in apparenza. Accesso ai box, alla sala stampa e alle roulotte di alcuni campioni. Un circo itinerante del valore di qualche miliardo che si sposta in carovana attraverso i continenti di stagione in stagione. Il micro cosmo trovava in una landa arida, a svariate ore di macchina dall’aeroporto di Barcellona.
Curiosamente, dei pochi sogni di cui conservo memoria, questo è uno dei più ricorrenti e nitidi, quando spinto dalla sola curiosità professionale intervistavo i meccanici delle diverse scuderie.
L’aneddoto ricorrente - a tal punto che sarebbe potuto apparire orchestrato - riguardava i piloti nei minuti che precedono l’inizio della gara. Quando finalmente al riparo dai riflettori, questi prendono un tempo di astrazione per concentrarsi sulla corsa, a tu per tu con soltanto pochi silenziosi scudieri che li accompagnano alla linea di partenza.
“Gli si trasformano gli occhi,” mi raccontavano; “è difficile da spiegare, ma in quel momento puoi tirargli una sberla e non se ne accorgerebbero.”
Centosedici chilometri per ventitrè giri di circuito. Una media di centosettanta chilometri orari, con dei picchi di trecentocinquanta sui rettilinei. Su due ruote. A differenza della Formula Uno, completamente isolati dal contatto radio con i box, per non rischiare di togliere l’equilibrio nelle curve.
Nei sogni mi ricordo quella frase: “Gli si trasformano gli occhi.” L’adrenalina dilata le pupille e la pelle si spegne. La mente del pilota si spacca in due per mantenere una concentrazione che non consente errori.
Non mi è mai più capitato di considerare un’attività più eroica e idiota.
Al tempo stesso ho la sensazione che questi seghini tutti bardati sperimentino - in quei quaranta minuti abbondanti - un grado di libertà impareggiabile per noi comuni mortali: la libertà di lasciarsi assorbire da un unico vitale istinto di sopravvivenza.
Mi correggo. La libertà di astrarsi dal mondo e di fare una cosa soltanto: vivere.
E infondo, è poi tanta la differenza?
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