NAZA, o l’atto di uccidere

È compito del regista e del regista soltanto, interrogarsi non esclusivamente sulla forma di un film, ma sulle sue ragioni. La leva che spinge a concepire una pellicola è anche quella che mette in moto lo sguardo autoriale. Un film che sia mosso da ragioni intime porterà a scelte estetiche di natura introspettiva, ragioni politiche invece condurranno a individuare una precisa distanza dal soggetto, e via dicendo. Ogni ragione corrisponde a una scelta e quella scelta, come detto, spetta al regista. La chiamiamo “interpretazione” ed è lo sguardo personale del regista su una storia. La stessa storia può venire raccontata in infiniti modi differenti a seconda di chi la racconti, perché ciascuno porta con sé una ragione differente per metterla in scena.
Ora. Viviamo un’epoca in cui ognuno è diventato regista di sé stesso e produce, nel suo piccolo, video - alcuni perfino li montano. Per questo in breve tempo è diventato cruciale elevare il cinema dalla democratizzazione dell’immagine in movimento e renderlo distintivo. Appunto si parla di “cinema d’autore”: quello dei grandi festival. Come si distingue, ad esempio, dal videogiornalismo? Tramite l’interpretazione e le scelte che ne hanno mosso la realizzazione. Un esempio su tutti: Gianfranco Rosi. Rosi è, a mio avviso, l’autore cinematografico di maggior rilievo da oltre un decennio in Italia. Pur ricoprendo il ruolo più propriamente del videogiornalista (cioè di chi gestisce l'intero processo di creazione in proprio - riprese, scrittura e montaggio) il suo sguardo sulla narrazione segue un linguaggio esclusivo, preziosissimo, autentico, che non può che venire inteso come Cinema nella sua forma più pura, che si tratti del Grande Raccordo Anulare, di un naufragio o della città di Napoli. È “il Cinema di Rosi”, dentro c’è Gianfranco Rosi, un uomo, un autore, con il proprio bagaglio, che ha scelto di mettere il suo sguardo a disposizione di una narrazione.
Oggi lo sguardo autoriale è minato dalle piattaforme di streaming, che ne hanno preso il posto: un prodotto di Netflix si riconosce alla prima scena, per scrittura, struttura e fotografia. L’autore è scomparso: compriamo la piattaforma. Preservare il cinema d’autore è diventato più complesso per certi versi, ma per altri risulta anche più semplice, elevandosi facilmente da uno sguardo dilagante, piatto e uniforme.
Per questo, a dispetto dell’inestinguibile rilievo politico e storico, è importante innanzitutto dire che NAZA non è un bel film. Anzi: non è cinema, bensì videogiornalismo. Se lo si intende presentare come cinema, allora il suo valore è prossimo allo zero e, dunque, non è da premiare a un festival di arte cinematografica. Conferendogli il Premio speciale della giuria a Venezia, il cinema si è calato l’ennesima, sonora martellata sulla balle. Se invece, più onestamente, si desiderasse considerare NAZA come parte del contenitore che gli si addice, ovvero quello giornalistico, allora si tratterebbe di una perla di rarissimo rilievo storico.
La prova del nove? Non emergono mai le ragioni degli autori. Trattandosi di giornalisti (ed essendo il produttore un editore), sono portati a rimuoversi sistematicamente dalla narrazione: c’è la storia, la notizia, e soltanto quella; deve parlare per sé stessa. NAZA avrebbe lo stesso devastante effetto sullo spettatore dal divano di casa e sullo schermo del computer, perché é privo di linguaggio cinematografico e dunque non necessita dell’impianto di sala.
Nondimeno compie una scelta stilistica (una) e la sabota nel finale, abdicando a una narrazione giornalistica in cui gli unici soggetti sono intervistati sui tetti di Tel Aviv, per poi mostrarci tre video in croce delle devastazioni di Gaza, astraendoci dall’universo che avevano costruito con tanta pazienza - un universo recondito, inedito - per rituffarci nelle immagini che invece ormai ben conosciamo e che, peraltro, non hanno lo stesso impatto del racconto umano dei pentiti. Cinematograficamente, purtroppo (e lo scrivo col cuore in gola), NAZA non ha alcun valore e premiarlo è controproducente quanto conferire il Man Booker Prize a Pablo Trincia.

Per comprendere davvero perché NAZA non è un buon prodotto cinematografico, bisogna vedere The Act of Killing (2012), di Joshua Oppenheimer - il suo equivalente d’autore. Questo documentario - lui sì, meritatamente insignito del BAFTA e del premio al miglior documentario europeo, oltre a ricevere la nomination agli Oscar - mostra i responsabili del genocidio indonesiano del 1965-1966 mentre raccontano e celebrano impuniti i loro crimini. Il regista invita questi ex carnefici, guidati dal leader paramilitare Anwar Congo, a mettere in scena i loro orribili crimini ricreandoli nei generi cinematografici che amano, dal noir al western. Attraverso questa rappresentazione teatrale, il protagonista genocida affronta infine una profonda crisi di coscienza e il peso del proprio passato.
Fuor di ogni retorica, si tratta di un film difficile da vedere, seppure - come in NAZA - non venga mostrata una sola goccia (vera) di sangue. Tutta la narrazione viaggia - come in NAZA - attraverso il racconto dei carnefici, con una cruciale differenza: a quelli indonesiani viene chiesto di rimettere in scena i loro crimini, permettendo a noi, pubblico, di assistere a una redenzione graduale. L’orgoglio dei tagliagole si trasforma quindi in disgusto (financo fisico) verso le loro stesse azioni, rese ancor più grottesche da un impianto scenico kitsch, concepito da loro medesimi. Un’intuizione brillante che porta a galla il tema in tutta la sua dirompenza visiva e narrativa. Eccole le ragioni, l’interpretazione e lo sguardo autoriali di cui invece manca NAZA.
È peraltro curioso notare che nel 2015 The Act of Killing sia stato annoverato tra i 50 migliori film del decennio proprio dal The Guardian, produttore di NAZA. Deve essere cambiata la redazione.

Ciò detto, NAZA va visto e non perché sia buon cinema, ma ottimo videogiornalismo d’inchiesta, testimoniando gli aspetti più bui delle atroci vicende che a partire dal 7 ottobre 2023 affliggono il Medio Oriente. I suoi registi vanno applauditi per il loro coraggio, non per la loro arte, e questo può (oltre che deve) avvenire anche a un festival d’arte cinematografica come quello di Venezia: la premiazione, invece, è ingiusta verso prodotti che sicuramente lo avrebbero meritato di più. Parliamo da tre anni di restituire il giusto valore al termine “genocidio”. Proviamo a fare lo stesso con la parola “Cinema”. Con la C maiuscola, per piacere.

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