Il Prodigio

La Great American Novel è dalla seconda metà dell’Ottocento l’ossessione di ogni autore statunitense: scrivere un romanzo in grado di carpire l’essenza dello spirito e della cultura nazionale. Non si tratta dunque di un genere di per sé, ma di un’ambizione artistica che ha assunto col tempo tratti ossessivi. Forse perfino più per quanto riguarda i critici, che per gli autori stessi.

Il termine fu coniato nel 1868 da John William De Forest, che sulla rivista The Nation indicò la Capanna dello zio Tom come primo candidato a questo riconoscimento. I titoli che si sarebbero avvicendati nella classifica sono quelli più prevedibili, da Moby Dick a Le avventure di Huckleberry Finn, passando per Furore e Il Grande Gatsby, per approdare infine a opere più recenti come Pastorale Americana, Underworld, ma anche Infinite Jest e, nel nuovo millennio, Le correzioni.

Senza ovviamente voler nulla togliere a Melville, Twain, Roth o De Lillo, ma è ragionevole pensare che più la nazione il cui spirito si intende catturare sia giovane, più il compito si rivelerà abbordabile. L’identità degli Stati Uniti conta poche generazioni ed è un mosaico di caratteristiche altrui, quando migranti, quando importate con la forza. Per questo lo spirito americano si fonda su pochi elementi ben codificati - l’individualismo del Self-Made Man, l’American Dream, la frontiera, la libertà come valore assoluto - che una grande penna può riunire con sforzo limitato sotto lo stesso tetto.

Più complesso si rivela invece lo sforzo per autori originari di culture millenarie, come per esempio quelli italiani. Da noi infatti (nonostante tendiamo a importare qualsiasi cosa dagli americani), il termine non è mai nemmeno stato preso in prestito: provaci tu a scrivere un romanzo che catturi lo spirito e la cultura italiani. Il compito risulta talmente arduo da obbligare alla domanda: cosa si intende per italiani? Se la domanda viene intesa da un punto di vista geografico, allora si potrebbe considerare quell’insieme di caratteristiche legate al Mediterraneo, che tanto bene la Buonanima aveva deciso di riassumere sulle testate del palazzo della Civiltà Italiana: “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori.” Consideriamo afferente a quello italiano lo spirito dell’Antica Roma? La religione allora. E le Arti, il Rinascimento, il fascismo perfino, ma allora anche il movimento di Liberazione. L’Italia dei Comuni o l’Italia della diaspora?
Ecco, come vediamo occorre stringere il cerchio.

Il Grande Romanzo Italiano, ammesso che esista, ha come prerogativa quella di essere un romanzo e, dunque, di rispondere a dei canoni strutturali moderni (la Divina Commedia è un poema, dunque non rientra a pieno titolo nella classifica; lo stesso vale per il Decameron, che è una raccolta di novelle). Possiamo allora immaginare che trovi - più che un candidato - il suo presupposto fondativo nei Promessi Sposi

Dobbiamo quindi volgere il nostro sguardo verso il Gattopardo o Petrolio? La Storia o Il nome della rosa? E ancora: Gomorra o L’amica geniale? La sfida, lo vediamo, è tanto avvincente quanto poco agevole.

Per conto mio credo di avere individuato un nuovissimo e sottovalutato candidato a rientrare a pieno titolo nella classifica (secondo i fattori di partenza fissati da De Forest). Con una premessa simile temo di avere alzato l’asticella oltre misura, ma mi prenderò il rischio.  

Si tratta di Il Prodigio di Fabrizio Sinisi, per Mondadori (2025). 

Sinisi (che vanta una consolidata estrazione da drammaturgo) ha la capacità e la cultura per non raccontare l'italianità tramite la frammentazione della cronaca o la cartolina storica, bensì per colpirne il nucleo nevralgico: l'ossessione per il sacro e il collasso della razionalità davanti all'assurdo.

La trama si dipana introno a un evento tanto colossale quanto inspiegabile: l'apparizione improvvisa di un gigantesco, enigmatico volto umano nel cielo di una grande città italiana (che non viene nominata, ma è Milano). La soluzione narrativa più semplice sarebbe stata quella di far innescare al suddetto "prodigio" una reazione fantascientifica in stile hollywoodiano, mentre invece l’apparizione scatena un cortocircuito tipicamente nostrano, dove il cinismo contemporaneo abdica in pochi giorni in favore di un fanatismo medievale, fatto di pellegrinaggi di massa, isteria collettiva e sette di nuovo conio.

A guidarci in questa discesa nel grottesco metafisico è Don Luca. Sinisi affida qui il punto di vista a un giovane sacerdote che è l'incarnazione stessa delle nostre contraddizioni: un prete mediatico, mondano, abilissimo frequentatore di salotti e talk-show, ma intimamente svuotato, in piena crisi spirituale e segretamente logorato dall'amore per Marta, una ragazza tormentata ed enigmatica. 

Attraverso gli occhi di Don Luca assistiamo non solo al disfacimento del tessuto sociale urbano e nazionale, ma a una vera e propria via crucis intellettuale. Quando Marta scompare nel nulla, inghiottita dal caos generato dal volto celeste, il dramma privato del protagonista si fonde con quello pubblico: per il giovane prete non si tratta più di gestire l'ordine pubblico o l'audience televisiva, ma di veder crollare l'impalcatura teologica di una vita intera.

Questo triplo snodo (il miracolo che si fa spettacolo, la fede che si fa fanatismo e la Chiesa che si scopre pateticamente nuda) permette al romanzo di Sinisi di reclamare a pieno titolo lo status di Grande Romanzo Italiano. Sotto il pretesto di una trama distopica, Il Prodigio mette in scena la nostra atavica incapacità di vivere senza un mistero da idolatrare o da temere, fotografando un Paese che, pur professandosi moderno, rimane drammaticamente appeso al cielo in attesa di un segno.

Non solo. L’audace e coltissimo impianto narrativo permette all’autore di inserire numerosi riferimenti dalla Storia moderna e contemporanea italiana, dal rapimento Moro al primo lockdown pandemico, dall’assassinio di Carlo Giuliani alle Bestie di Satana, passando da riferimenti sorprendentemente pop come quello del Generale Pappalardo, che seppure qui cambi nome è ben riconoscibile grazie all’abito arancione. 

Lo avevo già anticipato durante la lettura: questo romanzo l’ho consumato e centellinato in un arco di tempo implausibile per un’opera di appena duecentocinquanta pagine. Ma la meraviglia per Il Prodigio mi ha obbligato a una lettura lenta e stupefatta. Perché questo romanzo davvero parla di noi, in modo spietato e tragico, poiché dal miracolo che mette in scena Sinisi non si salva nessuno, né i fedeli né i laici: il Prodigio fagocita ogni segmento della società civile, ogni aspetto della nostra vita, a prescindere dalla fede. Al Prodigio ognuno sceglie di attribuire il proprio personalissimo significato, sulla base dei propri timori più reconditi. Lo riassume molto bene l’autore in questo passaggio:

“Ci abbiamo creduto perché avevamo deciso di credere prima ancora che avvenisse; sì: credere è una decisione, ogni atto di fede precede il suo evento, e noi già prima che accadesse sapevamo che avremmo creduto. Stavamo solo aspettando, senza sapere cosa.”

Se non parla di noi questo…


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