La Peste
Quella che ancora fino a poco tempo fa si poteva definire “una brutta aria”, assume rapidamente le sembianze di una certezza: in Germania ogni argine all’estrema destra si sta smaterializzando. Quello che per decenni ci hanno insegnato a reputare impensabile, sta accadendo e sta accadendo in fretta. L’indicibile sta venendo detto. Le reti di sicurezza sono state bucate. E sebbene il fenomeno sia tristemente globale, è difficile fingere che qui non abbia un sapore diverso.
Tonia Mastrobuoni la ha ben definita “La Peste” nella sua indagine edita da Feltrinelli e candidata alla sezione saggistica del Premio Strega. Perché é con la stessa rapidità e forza distruttrice che si propaga l’infezione, di fattoria in fattoria, di paese in paese, di città in città - senza risparmiare nessuno.
Si tratta di un testo fondamentale per il pubblico italiano, che oggi più che mai gigioneggia con termini come “remigrazione” e con discorsi identitari, mentre a una manciata di chilometri di distanza questi trovano riscontro in ben altro contesto: quello della purezza dalla razza.
Questo per quanto riguarda i contenuti, sui quali non mi soffermo qui, ma rimando a un altro pezzo che avevo scritto a maggio.
Per quanto riguarda la forma, invece, il saggio della Mastrobuoni è sorprendentemente confuso. Il linguaggio è frettoloso, ma sono soprattutto la narrazione e il punto di vista autoriale a risultare manchevoli.
Perché la Mastrobuoni è una navigata giornalista e in quanto tale ci si aspetterebbe una serie di scelte strutturali: o una narrazione asciutta, tecnica, di osservazione, oppure uno sviluppo coinvolto e personale.
L’autrice decide incautamente di fare entrambe le cose.
Le prime pagine, venendo da una famiglia italo-tedesca, sono dedicate alla sua storia personale - un preambolo interessante, che proietta il lettore in una narrazione intima, ma che la Matrobuoni abbandona prontamente per non riprenderla più. Nell’epoca di Emmanuel Carrére si tratta di una scelta a dir poco scellerata. Si tratta di un’occasione particolarmente mancata, poiché un simile sguardo avrebbe potuto rendere il tema politico più tangibile: non soltanto un freddo fenomeno politico e accademico, ma un’infezione domestica che porta il nemico in casa. Infondo lo scenario che si prospetta è quello di due tedeschi su cinque che voteranno per l’ultra-destra della AfD.
Dunque rinuncia alla commistione con la sua storia personale, ma non rinuncia alla prima persona di giornalista sul campo. Tuttavia poi il saggio è disseminato di aggettivi che esprimono personale disgusto, repulsione, sbigottimento, orrore. E sebbene si tratti di sentimenti condivisi, difficilmente trovano spazio in una narrazione volutamente ibrida, a metà tra giornalismo di inchiesta e sporadica opinione.
Per questo la lettura di “La Peste”, sebbene tanto necessaria e interessante dal punto di vista dei contenuti, può risultare indigesta anche soltanto di paragrafo in paragrafo, estraniando il lettore da uno sguardo doveroso di insieme.
Rimane la paura e lo smarrimento di un Paese ideologicamente sull’orlo del baratro, nel cuore di un’Europa sempre più stanca, indebolita dagli identitarismi interni. In un desolante contesto internazionale che, più che mai, vorrebbe poter guardare ancora alla Germania con rassicurazione e fiducia. Ma questo, temo, è un treno che abbiamo ormai perso da un pezzo.
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