Tre Sorelle
Alla prima rappresentazione del Gabbiano, nel 1896, il pubblico si rivoltò. Dall’Aleksandrinskij si aspettava messe in scena brillanti, ricche di colpi di scena, non questo mortorio di silenzi e introspezioni. Le reazioni dalla platea furono così violente, che il buon Čechov abbandonò il teatro a metà spettacolo e vagò per San Pietroburgo tutta la notte, ripromettendosi che mai avrebbe più scritto in vita sua.
Ci vollero due anni prima che il testo finisse tra le mani di Konstantin Stanislavskij, che lo mise in scena a Mosca e rivoluzionò il teatro dell’epoca.
Curiosamente, nonostante il successo della rappresentazione curata da Stanislavskij, già nel 1901 si arrivò di nuovo a un conflitto interpretativo, questa volta dietro le quinte. L’opera era Tre sorelle e di nuovo Čechov non sentiva compreso il suo testo. Come in occasione della prima rappresentazione del Gabbiano, anche in questo caso la lettura che veniva data della drammaturgia era di introspettivo dramma borghese.
Durante la prima lettura delle Sorelle, nel Teatro d'Arte di Mosca, gli attori scoppiarono a piangere per la commozione e la disperazione dei personaggi. Invece di esserne lusingato, Čechov si infuriò moltissimo. Stanislavskij ricordò anni dopo che non aveva mai visto lo scrittore così arrabbiato: "Ho scritto una commedia allegra!" gridò, abbandonando ancora una volta il teatro.
Ma è effettivamente facile cadere nel tranello. Leggendo le Tre Sorelle - come anche il Gabbiano - è difficile scorgere immediatamente l’ironia che si cela dietro al dramma. Scrivevo soltanto pochi giorni fa in merito al concetto di “patetico”; ecco, si può tranquillamente dire che Čechov sia l’antesignano del moderno grotesque, in cui il dolore individuale è portato tanto all’estremo da scadere nel ridicolo e, dunque, nella commedia.
Basti ripensare alle battute di apertura della Čajka (vado a memoria, mi si perdonino imprecisioni):
Medvedenko: “Maša, perché vestite sempre di nero?”
Maša: “È il lutto per la mia vita. Sono infelice.”
Roba che a prenderli sul serio viene il mal di pancia. Invece per Čechov era proprio questo lamento, questo continuo piangersi addosso borghese, la chiave di lettura comica. Tornando al concetto di “patetico”, il termine non a caso deriva dal greco antico páthos, che significa passione, emozione, sentimento o sofferenza. Tutti elementi che traboccano dalle opere di Anton Čechov, ma in maniera così scomposta e spregiudicata da risultare - se correttamente interpretate - esilaranti.
Con la conoscenza che abbiamo oggi del teatro čechoviano, nessuno si sognerebbe più di mettere in scena dei drammi. Epperò la profondità di lettura, quel delicato equilibrio tra il dolore magniloquente che attribuiamo ai russi e l’ironia di personaggi tutti a loro modo patetici, è dura assai da rendere sulla scena. Sicuramente ci riesce la regista slovena Mateja Koležnik, che fa sì ridere il pubblico del Schiffbauerdamm, ma sempre a denti strettissimi. Perché l’intento dell’autore era chiaro: mettere uno specchio di fronte al nostro individualismo e, impietoso, restituirci l’immagine del nostro ridicolo.
Niente drammi, dunque. Solo una spietata, geometrica esibizione della nostra imbecillità emotiva. Mateja Koležnik ci fa ridere a denti stretti perché sa che il confine tra il suicidio e la barzelletta è ridicolo. Uscendo da teatro, l'unica certezza che resta è un brivido freddo lungo la schiena. Quella sgradevole, nitida sensazione che Čechov stia ancora ridendo di noi. E che abbia maledettamente ragione.
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